La culpa in vigilando dello Stato nei confronti di un poliziotto condannato per stupro.

novembre 3, 2013

In realtà l’articolo offre un duplice spunto di analisi. 

Se da un lato evidenzia una responsabilità dello stato nella condotta di un agente di polizia, dall’altra la notizia pone l’attenzione sul protagonista della vicenda.

Si tratta dell’assistente capo di Polizia Massimo Luigi Pigozzi. 

In breve,  Pigozzi è noto alle cronache per essere  già stato condannato ad una pena di tre anni e due mesi per le torture inflitte contro i manifestanti rinchiusi nella caserma genovese di Bolzaneto nei giorni successivi al G8 del 2001. Pigozzi durante il procedimento penale sulle sevizie inflitte ai dimostranti inermi venne ritenuto responsabile di aver letteralmente strappato una mano al manifestante Giuseppe Azzolina, al quale poi furono messi 25 punti senza anestesia.

Ogni commento al riguardo non appare mai superfluo ma la mia attenzione, come anticipato, è rivolta alla recente condanna alla pena di 12 anni e mezzo di carcere, comminata dalla terza Sezione Penale della Cassazione, perché riconosciuto colpevole di stupro.

La corte ha punito l’agente di Polizia riconoscendolo colpevole di aver violentato nel 2005 almeno quattro donne poste in stato di fermo mentre si trovavano rinchiuse nella camera di sicurezza della Questura di Genova, dove l’agente era in servizio. Le donne era prostitute straniere o senza fissa dimora, scelte dall’agente perché pensava evidentemente che non lo avrebbero denunciato o che nessuno avrebbe creduto alla parola di una prostituta straniera e non a quella di un poliziotto.

Ma la Cassazione ha confermato le condanne per violenza sessuale aggravate e abbandono di posto durante il servizio, che gli erano già state inflitte in primo grado e al termine del processo d’appello. 

Sotto il profilo dell’abbandono di posto durante il servizio, non può sfuggire che, a mente della giurisprudenza della Suprema Corte , la fattispecie criminosa di cui alla L. n. 121 del 1981, art. 72, comma 1, è inquadrabile nell’ambito delle mansioni di istituto o degli specifici compiti affidati e affidabili all’appartenente al Corpo di polizia e quindi ha ritenuto che anche l’abbandono del posto o servizio nel corso dell’espletamento di specifici compiti di sorveglianza dei detenuti integra il reato in questione (cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 23654 del 31/05/2002 Ud. dep. 20/06/2002 Rv. 221628 relativo all’abbandono di posto di servizio da parte di agenti della Polizia Penitenziaria).

Della sentenza in esame v’è da evidenziare un primo aspetto relativo alla presunta violazione dell’art. 512 c.p.p. sollevata dalla difesa dell’imputato per l’illegittima acquisizione del verbale di sommarie informazioni testimoniali rese da una delle  parti offesa.

Osserva la cassazione che “La lettura dibattimentale delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria da testimoni cittadini stranieri – per sopravvenuta impossibilità di ripetizione dell’esame testimoniale ai sensi dell’art. 512 cod. proc. pen. – è legittima nel caso in cui il teste risulti irreperibile e tale irreperibilità non risulti prevedibile al momento della precedente assunzione delle sue dichiarazioni

pertanto il giudice deve valutare tutti gli elementi che possono avere rilevanza ai fini del giudizio sulla prevedibilità o meno della successiva irreperibilità del testimone, dando completa e logica motivazione del proprio giudizio (cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 23282 del 22/04/2004 Ud. dep. 19/05/2004 Rv. 229424; Sez. 2, Sentenza n. 43331 del 18/10/2007 Ud. (dep. 22/11/2007 Rv. 238198).

E dunque, accertata l’irreperibilità dalla parte,  l’aver dichiarato di essere “senza fissa dimora” al momento della denunzia e quindi delle sommarie informazioni non poteva certo rendere ipotizzabile la sua futura irreperibilità anche perchè la donna, in quella occasione, comunque aveva fatto riferimento ad una realtà cittadina  non certo metropolitana e quindi idonea ad una facile rintracciabilità.

La Corte di Cassazione ha altresì accolto il ricorso di una delle donne vittima di stupro, una ragazza straniera costituitasi parte civile nel processo, ed ha condannato il Viminale a risarcirla. 

I legali della donna vittima di violenze, nel loro ricorso, avevano rilevato che “le mansioni svolte dall’imputato hanno grandemente agevolato la condotta criminosa”, addebitando “allo Stato una culpa in vigilando” per aver dato al poliziotto in questione un “compito delicato – si sottolineava nel ricorso – benché fosse già stato condannato per episodi di violenza gravissima contro soggetti fermati”. 

Accogliendo il ricorso, la Corte ha aderito alla più recente giurisprudenza ,secondo cui la responsabilità civile della P.A. per reato commesso dal dipendente presuppone un rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate, che ricorre quando l’illecito è stato compiuto sfruttando comunque i compiti svolti, anche se il soggetto ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti, (cfr. Sez. 1, Sentenza n. 21195 del 18/01/2011 Ud. dep. 26/05/2011 Rv. 250207; Sez. 6, Sentenza n. 17049 del 14/04/2011 Ud. dep. 03/05/2011 Rv. 250498).

E dunque, osserva la Cassazione, “sussistendo quindi il rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto e le mansioni svolte, in applicazione del suddetto principio di diritto, andava confermata ai sensi dell’art. 185 c.p., e art. 2049 c.c., la responsabilità civile dello Stato che, peraltro, nonostante il P. fosse già stato coinvolto in fatti di violenza contro soggetti in stato di fermo e condannato in primo grado, ha ritenuto opportuno adibirlo ancora una volta allo svolgimento di mansioni che prevedevano il contatto diretto con le persone arrestate o fermate e che quindi rendevano elevatissimo il rischio di commissione di reati della stessa indole“.

Sentenza 40613/2013

 

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