Contractus est ultro citroque obligatio

gennaio 19, 2014

Secondo il celebre brocardo di Labeone il contratto altro non è che un’obbligazione assunta dall’una e dall’altra parte. Nell’attuale formulazione il contratto ha assunto una identità ben definita che si traduce nella disciplina dettata dall’art. 1321 c.c. secondo cui esso è un accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale. Per la costituzione del vincolo contrattuale occorre che sia raggiunto l’accordo su tutti gli elementi, tanto principali quanto secondari o accessori, ossia sulla totalità delle clausole destinate a disciplinare il rapporto, tranne il caso che le parti abbiano dimostrato di non volere subordinare la perfezione del contratto al successivo accordo su un determinato elemento complementare e sussidiario, nel qual caso, data la comune intenzione delle parti, basta, per la perfezione del contratto che il consenso sia stato raggiunto sugli elementi essenziali del contratto stesso (v. Cass. 95/3705; 06/9039).

Qualora il definitivo assetto su base contrattuale di interessi tra le parti non si formi immediatamente per mezzo di un unico atto, si possono prospettare tre diverse ipotesi, produttive di differenti conseguenze giuridiche:

a) patto di opzione (1331 c.c.), negozio bilaterale con cui si concorda l’irrevocabilità della dichiarazione di una delle parti relativamente a un futuro contratto che sarà concluso con la semplice accettazione dell’altra parte, la quale però rimane libera di accettare o meno detta dichiarazione, entro un certo termine;

b) c.d. contratto preparatorio in senso stretto (o puntuazione), con cui i contraenti si accordano su taluni punti del futuro contratto, in occasione della cui stipula (a cui le parti non sono obbligate, così come nei casi in cui sono intercorse semplici trattative) non sarà necessario un nuovo incontro di volontà sui punti già definitivi;

c) contratto preliminare, diretto a obbligare le parti o una sola nel caso di preliminare unilaterale) a stipulare un futuro contratto.

Nel dubbio, la riconduzione della fattispecie concreta a una di tali ipotesi è compito del giudice di merito. Non si ha, invece, perfezionamento del contratto quando, raggiuntasi l’intesa sui soli elementi essenziali, si rimetta la determinazione degli elementi accessori a un momento successivo, in quanto la minuta o puntuazione dei primi, ancorché riportata in apposito documento, non ha valore vincolante per mancanza di consenso su tutti gli elementi del contratto (compresi quelli accessori), necessario per la formazione del contratto medesimo (sicché ciascuna delle parti resta libera di non addivenire alla conclusione del contratto, salva l’eventuale ricorrenza di responsabilità precontrattuale: 83/3152); ciò salvo che le parti avviano inteso considerare il contratto come formato (per l’ininfluenza dei punti da definire sulla sostanza e validità di quelli già concordati). In questo caso la minuta vale come contratto perfetto, purché però ricorra una rigorosa e inequivoca allegazione e dimostrazione di tale intendimento anche nella puntuazione scritta (83/2500). Qualora l’intesa raggiunta dalle parti abbia ad oggetto un vero e proprio regolamento definitivo del rapporto, non è configurabile un impegno con funzione meramente preparatoria di un futuro negozio, dovendo ritenersi formata la volontà attuale di un accordo contrattuale (un esempio è l’ipotesi di apposizione all’atto del titolo lettera d’intenti, va reputato concluso un contratto definitivo, alla luce dell’assetto di interessi complessivo emergente dal tenore dell a scrittura, e, in particolare, della presenza di un clausola compromissoria, dell’inizio dell’esecuzione e dell’assenza di una clausola che escludesse espressamente il carattere vincolante dell a scrittura).

Ai fini della giuridica esistenza del contratto è necessario la perfetta convergenza fra proposta e accettazione. Nulla esclude che il consenso venga manifestato da uno dei contraenti con la semplice sottoscrizione per accettazione delle dichiarazioni fatte in prima persona dell’altro. Nè occorre  che l’incontro delle volontà sia contestuale, ben potendo risultare da documenti diversi, anche cronologicamente distinti (92/12819).

Invero, l’accordo delle parti può desumersi anche da un comportamento omissivo. Diversa invece è il valore del silenzio che, come noto, non ha di regola valore giuridico (79/83). Affinché il silenzio possa assumere il valore negoziale di consenso, occorre:

a) che il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l’onere o il dovere di parlare, o;

b) che, secondo un dato momento storico e sociale, avuto riguardo alla qualità delle parti e alle loro relazioni di affari, il tacere di una possa intendersi come adesione alla volontà dell’altra (07/6162).

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